Follia, come ideologia. Cosa ci insegna la strage di Monaco


C’è una cosa che mi spaventa più di un attentato, più di un gesto folle. Ed è il modo in cui ci stiamo abituando a tutto ciò. Alle guerre, quelle lontane, già eravamo abituati, fondamentalmente perché penso che non le abbiamo mai ritenute di nostro interesse. Come si dice: “Occhio non vede, cuore non duole”. E se migliaia di persone muoiono per conflitti interni, nei loro paesi, poco importa. Lo dico un po’ in senso critico, mentre un po’ capisco che l’indifferenza possa essere un utile strumento di autodifesa emotiva.

Ma ciò che ci riguarda, perché tocca la nostra pelle, è diverso, perché ci fa avere paura. “Se è successo a Nizza, può succedere anche a noi”. E questa paura, vera, aumenta in maniera esponenziale, perché la frequenza degli atti terroristici, da quel gennaio del 2015 a Parigi, da quella strage compiuta nella sede di Charlie Hebdo, è aumentata e ci ha messo di fronte ad un fatto compiuto: l’11 settembre può essere ogni giorno e in ogni luogo. Può essere a Parigi, a più riprese; può essere a Bruxelles; può essere a Nizza.

Basta un folle, basta un’arma contro una folla.

E non occorre che ci sia un’ideologia di mezzo. Quello che è successo ieri a Monaco ce lo insegna. Un ragazzino, vittima di bullismo (qualche giornalista ha detto che è troppo poco come movente, ndr), ha cercato di radunare il numero maggiore di persone, tra cui i suoi compagni di scuola, in un centro commerciale e ha iniziato a sparare. In fondo, cosa c’è di diverso? È sempre odio, è sempre vendetta. È quella follia da cui diventa difficile difendersi, come diventa difficile tutelarsi dalla disperazione di un pilota che decide di schiantarsi mentre trasporta su un velivolo German Wings centinaia di persone.

Sì, il mondo sembra impazzito. Ma mi chiedo se questa pazzia non sia solo il frutto dell’indifferenza di tutti, della volontà di non guardare, di non ascoltare, di non capire. Il giorno dopo sentiamo sempre dire: “Era una persona tranquilla”. Forse se avessimo ascoltato di più le cose sarebbero andate diversamente. Ma invece preferiamo abituarci.

 

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