Oltre la comunicazione: tanti buoni motivi per indossare i guantoni


Ho sempre pensato di essere poco sportiva.

Complice di questo pensiero, lo dico con dispiacere, fu l’insegnante delle medie. Non gliene faccio una colpa, ma era fissato con la pallamano. Non si faceva altro che quella. E a me non piaceva.

Qualche anno di nuoto, tra l’infanzia e la prima adolescenza l’ho fatto, perché “il nuoto fa bene”. Smesso quello, niente più. Anche perché poi incontrai il professore delle medie…

Poi la svolta, con la corsa, tra i 16 e 18 anni. Non una campionessa, per carità. Ma essere riuscita a portare a termine una mezza maratona per me fu una grande soddisfazione. Per me la schiappa delle medie, intendo.

Poi l’università, le figlie, il lavoro e tante scuse. Ma ad un certo punto decisi di iniziare di nuovo a correre, quasi 12 anni dopo. Era il 2012. Tre volte alla settimana mi alzavo alle 6,30 per correre prima di iniziare la giornata. L’obiettivo era un’altra mezza maratona. C’ero quasi, ma a 20 giorni dalla gara arrivò l’infortunio. Non la presi bene, ma accantonai nuovamente lo sport. Anzi, più precisamente la corsa, che era l’unica cosa che pensavo di poter fare.

Poi un paio di anni fa, spinta dall’incoraggiamento del marito, mi sono decisa a iniziare un corso di autodifesa. Era un periodo molto stressante col lavoro (quando non lo è?!?), mi sembrava di fare e fare ma di concludere poco (il settore comunicazione e la libera professione incidono molto su questo tipo di percezione…).

“Hai mai fatto qualcosa?”, questa fu la domanda del Maestro la prima volta.

“Sì, correvo”, risposi.

“Bene, vienimi dietro”.

Iniziammo il riscaldamento e dopo 2 minuti mi sarei voluta fermare. Già non ce la facevo più… io che facevo i chilometri. Dopo corsetta, saltelli, affondi, addominali etc mi passò un paio di guantoni sudati, sudatissimi. Li infilai. E lì fu amore. Dopo un’ora avevo sudato come non mai. Ero sfinita, le mani puzzolenti oltre ogni immaginazione. Ma contentissima, rinata direi. Come quando si dà l’acqua ad un fiore appassito. Stavo bene, tensione scaricata, attenzione ai massimi livelli. Perché con i guantoni non puoi pensare a quello che devi fare nella giornata, le ansie le lasci fuori, il livello di concentrazione deve essere al massimo, un po’ per coordinare il movimento, un po’ per evitare di farti male. E dall’autodifesa è iniziata la mia storia con la Muay Thai. Allenamenti 3 volte alla settimana e anche di più, se fosse possibile.

Se riguardo i video di due anni fa, vedo una guardia bassa e pugni senza potenza. Oggi molte cose sono cambiate. Non sono una campionessa, sono appena all’inizio. La disciplina è complessa, faticosa, richiede tanto e io ho tutto da imparare. Ma il cambiamento più grande è nella mia testa. Perché ho guadagnato in concentrazione, in consapevolezza, in sicurezza. Mi sento molto meglio fisicamente, affronto le cose con meno ansia, con una migliore percezione di me stessa. Il ring è un sogno, ma la felicità sta anche nel percorso.

“Ma chi, tu?”, questa è la reazione delle persone che conosco quando racconto questa cosa o quando vedono un video con casco e paradenti. “Sì, io”, io che odio i contrasti, io “che mi va sempre tutto bene”, io che detesto la prepotenza, le persone che urlano. Perché non è un’educazione alla violenza, è un insegnamento al rispetto, in primo luogo di se stessi.

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